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/ luglio 2019

Un sogno, il sogno di Atleta si è realizzato. Stefano Migliorini e la sua qualificazione ai CrossFit Games 2019.

Solo un mese separa Stefano Migliorini dall’inizio dei CrossFit Games 2019: un sogno realizzato anche grazie ad un grande lavoro mentale durante gli Open. Ecco l'intervista esclusiva che racconta il suo percorso e le sue sensazioni... e anche qualche curiosità in più!

Quest’anno gli Open sono stati “particolari per te, corretto? Come li hai affrontati?

Quest’anno gli Open sono stati decisamente duri. A differenza degli altri anni a febbraio ero pronto e preparato, non come non mai ma molto preparato. Ma ad un mese e mezzo dall’inizio degli Open, facendo uno snatch pesante durante un workout, mi è uscita la spalla causando delle lesioni serie. Sono stato fermo due giorni e tempestivamente ho iniziato a prendermi cura del problema. Riprendo subito ad allenarmi-  con movimenti che non coinvolgessero la spalla-  e non mi fermo mai. Ma ad una settimana degli Open succede di nuovo, questa volta riesco a far rientrare subito la spalla da solo ma vedo comunque il mio obiettivo crollare. Crisi totale.

Grazie all’aiuto di un lavoro mentale che ho portato avanti in questi anni e, soprattutto, nei mesi dell’infortuni, accetto che quella è la mia forma fisica e che posso solamente cercare di gestire quanto mi sarei trovato davanti dando il meglio di me. Inizio ad interiorizzare l’idea che avrei, anche, potuto non qualificarmi per i Games.  Un approccio decisamente diverso rispetto agli altri anni.

Sono entrato nella “caverna della sofferenza” in ogni prova di questi Open, ho rifatto i workout anche 4 volte fino alle 10 di sera mentre la signora delle pulizie sistemava il Box.

Questo fin dal primo WOD degli Open. Escono fortunatamente row e wall balls, nulla che mi potesse creare fastidio alla spalla ma mi sono ritrovato a rifare, comunque, la prova 3 volte. Non si è trattato semplicemente di essere soddisfatto del risultato che mi ha spinto ai re-do. Non volevo lasciare nulla di intentato, nemmeno una briciola quest’anno. Tutto quello che potevo fare, lo volevo fare e l’ho fatto.

-          Il mondo del CrossFit e delle competizioni ufficiali CF si sono evoluti molto in questi anni, com’è cambiato il tuo approccio al mondo competitivo sia da un punto di vista di atleta che da un punto di vista umano?

Il panorama delle competizioni, in particolare quelle ufficiali CrossFit è decisamente cambiato. Ora non si può lasciare un secondo, una rep, niente.

Tutto è frutto di pianificazione. Soprattutto durante agli Open, quando sei a casa tua ed hai la possibilità di fare un piano nel dettaglio su come gestire le rep, gli spostamenti, il posizionamento dell’attrezzatura…Ogni cosa è definita con una strategia ben precisa ed anche il semplice posizionamento dell’equipment diventa fondamentale.

Diverso è il peso che oggi viene dato ad altri elementi che possono impattare le performance: la preparazione prima degli Open e la cura dell’alimentazione – molto più curata rispetto agli anni scorsi, i tempi di recupero ed il sonno. L’approccio è diventato sempre più “scientifico”, da sport agonistico vero e proprio.

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-          Come ti sei sentito quando hai aperto la mail in cui ti comunicavano la conferma della tanto attesa qualificazione? Dove è andato il tuo primo pensiero?

L’emozione più grande non è stata tanto quando ho ricevuto la mail di conferma della qualificazione ma nel 19.2.

La seconda prova di questi Open è stato un re-do di un workout degli Open 2016 con double under, Toe to Bar e Squat clean. Era il wod dove c’era il carico pesante.

Ero andato bene in quel workout nel 2016 ed avevo dei bei ricordi. Lo affronto tre volte, l’ultima il lunedì nel primo pomeriggio, ma non raggiungo il mio obiettivo in termini di score. Pensavo a quel punto di chiudere con quel punteggio, accettando il fatto che doveva andare così. Mi si era palesata nuovamente l’idea che non mi sarei qualificato per i Games. Poi, analizzo a mente lucida la situazione: con i movimenti del workout non ci sono problemi e sono sicuri per la spalla, ho ancora tempo per rifarlo.

Mi sono dato un paio di ore di riposo per ritentare la prova alla sera. Ero determinato, volevo farlo perché sentivo che avrei potuto migliorarmi e perché avevo iniziato a convivere con l’idea che avrei potuto non qualificarmi per i Games. Volevo divertirmi, volevo finire quel workout senza essere arrabbiato con me stesso rimproverandomi di non aver tentato anche la quarta volta.

Ho fatto il mio miglior risultato dei quattro tentativi affrontati andando contro ad ogni statistica. Finito questo workout le sensazioni che ho provato sono state pazzesche, ero soddisfatto del mio stato interiore non dello score. Il risultato è stato identico al 2016. Non l’ho migliorato. E’ stato il mio approccio ad essere diverso e vincente.

Dopo aver postato lo score di quella prova e dopo tutto quello che ho dovuto vivere per ottenerlo, sono andato da  Ernest – il mio coach -  e gli ho detto “Io mi qualifico per i Games”. Ero certo che i qualsiasi modo mi sarei qualificato quest’anno.

Questa è stata una emozione più grande anche del vedermi primo in classifica Open dopo che Joe Scali – l’atleta che era stato davanti a me in classifica fino a quel momento - aveva postato il suo risultato .

Pubblicata il ranking  finale, avevo l’ansia della revisione dei video ma quando mi è arrivata la mail di conferma alla partecipazione…ero contentissimo! Mi sono subito fiondato a prenotare il viaggio, cosa che non avevo fatto prima per scaramanzia.

-          Da qui ai primi di agosto, come ti preparerai?

Allenamento, tanto allenamento che sto affrontando con il supporto di tutti i ragazzi del Box.

-          Cosa non mancherà sicuramente nella tua valigia per i Games?

      Le mie NANO ed il mio spazzolino! 😊

-          Madison. Cosa ti aspetti di trovare là?

Una casetta sul lago, il sole che sorge…in realtà mi aspetto di divertirmi gareggiando a fianco di tanti atleti forti e di godermi ogni singolo momento di questo viaggio. Un viaggio che è già iniziato con la preparazione ai Games. Quando sarò la voglio vivermi fino in fondo ogni attimo a partire dalle piccole cose: la città, i box dove andrò ad allenarmi, quello che mangerò…tutto quanto. Compreso ogni prova che uscirà per la gara, dovrò ancora sperare che esca il meglio per la mia spalla. Ma non vedo l’ora di essere là.

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-          Dopo Madison?

Madison è il sogno ma la cosa più bella per me in quello che faccio è l’allenamento. Le mie giornate ruota intorno a questo. Dopo Medison sarà ancora così. Sempre e sempre.

Mi piacerebbe - dato che da quest’anno sono entrate nelle gare officiali CrossFit gli eventi sanzionati - partecipare a qualcuna di queste competizioni per poter girare e gareggiare con atleti di livello provenienti da tutto il mondo. Non escludo di poter fare qualche gara a team, magari con la mia amica Martina Barbaro.  

Ma prima di tutto questo devo prendermi cura della mia spalla. Poi continuerò a fare quello che ho sempre fatto, allenarmi. Sempre con la stessa voglia. Sempre.

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Torniamo indietro nel tempo a quando tutto questo è inizio, q uando hai iniziato ad approcciarti a CrossFit e  perché questo Sport ti ha appassionato?

       Qual è stato il tuo primo WOD o quello che per primo ti ha dato quella sensazione che solo una sessione di CF ti sa dare?

CrossFit l’ho approcciato nel 2011, prima facevo palestra, Body building. Facevo anche qualche gara di Body Building, non ne vado fiero. Ma vado fiero dell’allenamento che portavo avanti con costanza. E’ sempre stato questo a piacermi, l’allenamento, lo stare nella Gym, mettere alla prova il mio fisico e me stesso.

Questo mettermi costantemente alla prova mi ha fatto appassionare a CrossFit. Ma non solo.  Amo di questo sport il fatto che il mio impegno nel cercare di migliorarmi venga riconosciuto con i risultati. Questo anche sul field di gara. Mi piace gareggiare e mi piacciono tutte le sensazioni legate alla gara, anche l’ansia pre- competizione, nelle dosi giuste. E su quest’ultimo aspetto ho dovuto lavorare molto.

Cercavo, quindi, uno sport che premiasse la costanza e le capacità costruite dalle persone attraverso l’allenamento. E nel contempo ero alla ricerca di una disciplina che fosse in grado di mettere alla prova il fisico in determinate situazioni. Ho trovato tutto questo nel CrossFit. Questo Sport vuole riflettere uno stile di vita fatto si sforzi che portano a risultati, è uno sport meritocratico al 100% - come dovrebbero essere tutti gli sport. Non ci sono giudici che possono esprimere arbitrariamente delle valutazioni ma ci sono degli standard di movimento da rispettare.

E’ uno sport che non ha scorciatoie: solo allenandoti con costanza ottieni i risultati. Così dovrebbe essere anche nella vita.

Ho conosciuto Ernest appena ho iniziato ad approcciare questo Sport, un po’ per caso. La prima cosa che gli ho detto è stato “io voglio fare gare”. Lui mi ha messo alla prova con Fran, il primo workout che ho affrontato. Ho fatto tutto strict perché non sapevo cosa fosse la kip. L’ho chiuso intorno ai 3 minuti. “Ci possiamo lavorare”, il feedback di Ernest. Da li è iniziato il nostro percorso insieme che mi ha portato fino ad oggi.

-          Se dovessi raccontarci di Stefano, come ti descriveresti con una parola?

Difficile…ma per la mia voglia di fare, di competere, di allenarmi sempre e comunque, utilizzerei l’aggettivo irrefrenabile, unstoppable.

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-          Rispetto alla partnership con Reebok, qual è l’aspetto di questo brand in cui maggiormente ti identifichi?

Molti gli aspetti che del brand mi corrispondono nel mio essere atleta e nel mio essere Stefano iniziando dalle tre componenti sociale, mentale e fisica così fondamentale per l’allenamento che compongono i tre lati del delta.

In me riconosco molto fortemente il voler essere la miglior versione di se stessi che si ritrova dietro al messaggio “Be More Human”.

A livello di prodotto, ho sempre trovato tutte le release di Nano ed il prodotto della linea CrossFit funzionali alle mie esigenze di atleta. Ho trovato un supporto tecnico a tutti i movimenti e le sfide che questo Sport porta con se.

Questo sport, il CrossFit, ha come uno dei principi di base il creare una condizione di fitness in grado di renderci pronti all’unknow…all’inatteso. Gli Open ed ora i Games ti mettono nelle condizioni di sperimentare questo principio portante. Qual è il tuo rapporto con l’inatteso come atleta? Come ci convivi e come lo affronti?

Anche su questo aspetto, sul rapporto con l’unknow, ci ho lavorato. Bisogna conviverci con l’inatteso e bisogna allenarsi ad essere pronti ad affrontarlo. Questo partendo training giornaliero.

Negli anni passati, tendevo a voler sapere prima la programmazione degli allenamenti qualche giorno prima. Questo può essere utile per prepararti mentalmente e sapere come gestirti anche in termini di sforzo che ti troverai a vivere sulla tua pelle.

Quest’anno ho fatto uno switch. Non mi interessa più sapere il piano di allenamento. So che qualunque cosa ci sarà, la affronterò, sarò in grado di farla bene e con l’intensità giusta. Questo perché sto facendo quello che amo. Allenarmi e dare il meglio di me sempre – non il massimo di me perché non è possibile farlo costantemente. Bisogna saper usare l’intelligenza. Ho imparato questo nuovo approccio che comporta essere predisposti ad accogliere POSITIVAMENTE l’inaspettato. Non soffrirlo.

Ad oggi per le gare importanti relative alla stagione ufficiale CrossFit, Open e Regionals, le prove si conoscono prima. Si ha, quindi il tempo di studiarle, prepararle e provarle.  Quest’anno affronterò per la prima volta i Games. Qui alcuni workout vengono annunciati con anticipo ma la maggior parte si sapranno direttamente sul field. Quindi bisogna essere pronti a tutto. E quest’anno l’incognito è ancora più forte essendo cambiata la formula dei Games. Ma questo non mi crea nessun problema. Sono pronto ad affrontare l’inaspettato. Oggi come non mai.

-          Quanto è importante il supporto di qualcuno in un percorso da atleta? Non solo di un coach ma anche di training mate con cui condividere i workout? Qual è il legame che si crea?

E’ molto, molto importante. Mi alleno sia con altri che da solo. Credo siano fondamentali entrambe le cose.

Allenarsi con gli altri ti da degli stimoli, ti trasmette la voglia di iniziare una sessione di lavoro pesante che non avresti da solo, si crea un coinvolgimento che scatena l’energia necessaria ad affrontare anche i workout più impegnativi. Allenarsi con qualcuno al tuo stesso livello di preparazione o ad un livello superiore è ancor meglio perché ti porta inevitabilmente ad alzare l’asticella.

Però bisogna fare attenzione: se ti alleni con un atleta più forte di te e rimani spesso indietro, non deve essere fonte di frustrazione. Deve essere, invece, uno stimolo. Questo parte, ovviamente, dalla consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti e dalla loro accettazione.

Allenarsi con un training mate non è secondario ad allenarsi da soli. Allenarsi da soli è un ottimo esercizio per rinforzare la mente. Se sei da solo e in programmazione hai un heavy day o un workout lungo, non lo fai? Devi essere capace di essere forte e trovare in te la motivazione.

-          Non sei solo un atleta ma anche un coach. Qual è la cosa che più ti piace del coaching? Cosa porti della tua esperienza di Atleta nell’insegnamento? 

       Qual è la cosa - dal punto di vista di atleta - che vuoi principalmente trasmettere a chi fa CrossFit per diletto?

-          Qual è la cosa che ti emoziona di più o ti da più soddisfazione come coach?

La cosa più bella è vedere la gente soddisfatta di quello che fa. Ma quello che mi emoziona maggiormente è quando nella difficoltà di un movimento ed un esercizio, riesco a percepire nelle persone che ho davanti la voglia di migliorarsi. Questo lo puoi osservare durante un workout, quando le persone sentono in senso di affaticamento e morte avanzare ed iniziano ad appoggiare stremate il bilanciare o a prendersi delle pause. Ma, nonostante questo, non si lasciano sovrastare dalla fatica e dalla mente. Continuano a muoversi e riescono ad esserci con la testa andando avanti e portando a compimento il WOD.

Non mi interessa veder sollevare milioni di kili, voglio vedere le persone comuni arrivare a muoversi bene ed in modo sicuro grazie alla costanza, all’ascolto dei consigli dei coach ed alla loro applicazione. Mi piace vedere il desiderio di migliorarsi. Questo mi appaga.

Se vedo che una persona si accontenta di un movimento eseguito in modo discreto, si adagia, il mio obiettivo è quello di andare a stimolarla. Per far si che possa essere la versione migliore di se stessa. 

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